Da qualche anno non esiste documento strategico che non lo invochi. ESG, stakeholder capitalism, purpose, economia civile, società benefit, B Corp, marketing responsabile. Il bene comune è diventato la formula con cui si chiude ogni ragionamento sulla responsabilità d’impresa. Moltissimi autori lo mettono al centro dei loro ultimi lavori e hanno il merito di aver spostato il management oltre la massimizzazione del profitto.
Resta un problema. Quando lo diciamo, stiamo parlando della stessa cosa?
Il sintomo più evidente è linguistico. Nelle traduzioni e in buona parte della letteratura manageriale il bene comune diventa “beni comuni”. Il singolare scivola nel plurale e nessuno se ne accorge. Sono due concetti diversi. I beni comuni sono risorse: acqua, foreste, atmosfera, conoscenza aperta, oggi dati e infrastrutture di calcolo. Si amministrano con una buona policy. Il “bene comune” è una qualità della relazione tra le persone che condividono un’organizzazione, una città, un mercato. Chiede di rimettere in discussione chi decide e chi resta fuori dalla stanza. Si tratta di un piccolo scivolamento ma secondo me tradisce in modo chiaro il fraintendimento.
Andiamo alla radice
Magnifica humanitas di Leone XIV offre uno spunto utile anche a chi legge da fuori la tradizione cattolica. Ci sono delle premesse teologiche ma restano sullo sfondo e l’analisi presente regge bene anche da sola.
Al paragrafo 46 l’enciclica annuncia cinque principi che vuole rimettere al centro nel tempo dell’intelligenza artificiale: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale. Poi aggiunge la clausola decisiva. Vanno considerati congiuntamente, perché si richiamano e si illuminano a vicenda. Il bene comune apre la serie. Da solo resta un guscio.
Il paragrafo 61 lo definisce come un plus che nasce dall’interdipendenza. Non è la somma dei beni individuali. È illusorio pensare che ciascuno, cercando il proprio vantaggio, contribuisca al bene di tutti. Qui cade buona parte della retorica d’impresa sul valore condiviso.
Il paragrafo 65 separa nettamente il bene comune dalla destinazione universale dei beni, che ne è un’implicazione e non un sinonimo. Al 67 quei beni includono brevetti, algoritmi, piattaforme, infrastrutture tecnologiche, dati. È il punto in cui un testo teologico diventa più preciso di molti paper di management.
Il paragrafo 73 mostra come funziona l’equilibrio tra i principi. La sussidiarietà senza solidarietà si riduce a tutela di interessi particolari. La solidarietà senza sussidiarietà degenera in assistenzialismo. Lo stesso vale per il bene comune isolato dagli altri quattro.
Ai paragrafi 82-85 arriva il criterio di verifica: lo sviluppo umano integrale, misurato sull’ecologia integrale. La domanda finale rivolta alle tecnologie è se facciano crescere persone e popoli in umanità, rispettando la casa comune e chi verrà dopo.
Una lettura laica
Quei principi funzionano benissimo tradotti in domande di progettazione.
Dignità della persona. Il sistema tratta le persone come fini o come risorse da ottimizzare? Vale per i dipendenti profilati, per i clienti scorati, per i lavoratori invisibili che annotano i dataset.
Destinazione universale dei beni. Chi accede a dati, modelli, capacità di calcolo? L’adozione dell’AI in un distretto industriale sta allargando o restringendo il numero di imprese che possono giocare?
Sussidiarietà. Chi decide davvero? Le persone che vivono il problema o un algoritmo centrale? Una comunità locale o una piattaforma globale? È la domanda organizzativa più scomoda degli ultimi vent’anni e riguarda molto più dell’AI.
Solidarietà. Come si distribuiscono benefici, costi e rischi lungo la filiera? Chi assorbe la variabilità che l’automazione toglie a monte?
Giustizia sociale. Le esternalità vengono affrontate oppure spostate su altri fornitori e altri territori?
Un’organizzazione può dichiarare di perseguire il bene comune e nello stesso tempo concentrare dati, conoscenza e capacità decisionale in poche mani. Gli indicatori ESG migliorano mentre l’autonomia reale delle persone resta dov’era. Gli stakeholder presenti sono soddisfatti, quelli che arriveranno non compaiono in nessuna slide. Il valore economico cresce costruendo dipendenze tecnologiche che riducono la libertà di scelta di chi sta a valle.
In tutti questi casi il richiamo al bene comune resta una formula rassicurante. Come criterio progettuale non serve a niente.
Perché adesso
Con l’intelligenza artificiale dentro i processi decisionali la distinzione pesa il doppio. Chiedere quali risultati produce un sistema è la parte facile. Contano le domande che vengono prima: chi rappresenta, chi esclude, come ridistribuisce il potere di decidere, quali conseguenze genera nel tempo lungo.
Sono le stesse domande che pongo quando lavoro sull’empatia aumentata e sul parlamento degli attanti. Dare voce a chi non è nella stanza: fornitori piccoli, comunità locali, ecosistemi, generazioni future. Sono gli attori che determinano se una scelta reggerà.
Da quella tradizione di pensiero, liquidata troppo in fretta come materia religiosa, arriva un lessico rigoroso per distinguere quando il bene comune è una pratica di progettazione e quando è una buona intenzione. Vale più di una ricetta per governare l’AI. Il rischio, altrimenti, è che il bene comune diventi ciò che tutti dichiarano di perseguire e nessuno sa più definire.